Birra egizia a Tell Aviv

Oggi parliamo di alcolici.

Fonte: Israel Antiquities Authority.

Un team di archeologi israeliani ha individuato le tracce di un’antica birreria nel cuore di Tell Aviv, in Israele, risalente alla prima Età del Bronzo.

Come spesso avviene in queste circostanze, il ritrovamento è avvenuto durante i lavori per la costruzione di un edificio. Gli archeologi hanno identificato ben diciassette pozzi adoperati per lo stoccaggio dei prodotti agricoli e numerosi esempi di ceramica locale. Tuttavia, la scoperta più interessante consiste nel rinvenimento di grossi bacini ceramici, tradizionalmente adoperati nell’Egitto antico per la produzione di birra.

La presenza egizia nell’area siro-palestinese non costituisce una novità, ma secondo il direttore della missione, D. Barkan, si tratterebbe del primo ritrovamento del genere a Tell Aviv.

Amore, seduzione e poesia al tempo dei faraoni

A Berlino, sfidando lo spazio e il tempo, Nefertiti e Akhenaton si tengono ancora per mano.

A Berlino, sfidando lo spazio e il tempo, Nefertiti e Akhenaton si tengono ancora per mano.

Talvolta, neanche il più rigoroso degli approcci scientifici può evitare il coinvolgimento delle emozioni, ed è bello così.

Per quel che mi riguarda, quando traduco un nuovo documento, mi accade spesso di essere combattuta tra due sensazioni diametralmente opposte. Da un lato c’è lo stupore che nasce dall’avvicinarsi a una cultura  distante da quella in cui sono nata, un’esperienza che equivale a percorrere un mondo nuovo e tutto da scoprire, adoperando specifiche tecniche acquisite con anni e anni di studio, ma anche una certa sensibilità sviluppatasi con l’esperienza, spesso non solo di matrice accademica. Dall’altro, è sempre enorme la sorpresa nel constatare che, malgrado le innegabili differenze, gli antichi, in fin dei conti, dovevano assomigliarci più di quanto si possa credere.

Nella maggior parte dei casi, a suscitare l’ultima impressione – spesso accompagnata da una certa amara ilarità – sono gli aspetti più beceri, quando un documento lascia trapelare le antipatie e le invidie degli uomini del passato, o fenomeni di corruzione tristemente simili a quelli attuali. In effetti, mi capita spesso di pensare che le brutture umane siano sempre state le stesse in tutti i luoghi e in tutte le epoche, e che a mutare siano stati solo i modi con cui l’uomo si è di volta in volta organizzato per cercare di arginarle.

In rare circostanze, però, può accadere di imbattersi in qualcosa di straordinariamente vicino alla tua sensibilità, sebbene si tratti di un prodotto creato da una cultura distante anni luce dalla realtà in cui vivi. È questo il caso di una lirica d’amore egizia contenuta nel Papiro Harris 500, il canto 8 (r° 5, 12 – r° 6 – 2):

Il mio cuore cercava il tuo amore

Quando solo un lato della mia parrucca era intrecciato.

Sono venuta correndo a cercarti

E ho trascurato di pettinarmi. […]

Ma (ora) porto una parrucca E sono perfetta in ogni momento.

Te giovani e avvenenti musiciste si esibiscono suonando il flauto, il liuto e l'arpa. Raffigurazione dalla tomba di Nakht (TT52).

Te giovani e avvenenti musiciste si esibiscono suonando il flauto, il liuto e l’arpa. Raffigurazione dalla tomba di Nakht (TT52).

Il componimento potrebbe risultare del tutto incomprensibile a un non esperto del settore. Tuttavia, chiunque abbia anche solo una minima conoscenza della civiltà egizia può cogliere con una certa facilità come i vari riferimenti alla chioma della donna simboleggino tre differenti fasi della sua vita. Se la treccia laterale rappresenta l’acconciatura caratteristica dell’infanzia, i due versi centrali, invece, parlano dell’ardore tipico dell’adolescenza: la ragazza non vede l’ora di vedere l’amato e tanta è la fretta che tralascia persino di pettinarsi. La parrucca, infine, costituisce un vero e proprio status symbol delle donne appartenenti alla più alta nobiltà, ma anche un simbolo erotico, spesso accostato, nelle opere letterarie dell’epoca, al potere seduttivo delle dame più ricche e affascinanti.

La donna, dunque, sta rievocando un amore passato, nato quando era ancora bambina e consumato durante l’adolescenza, un sentimento così forte e struggente da portarla a trascurarsi, fino a compromettere il suo stesso fascino. I ricordi, tuttavia, stridono con il presente, che vede la protagonista descriversi come una nobildonna sicura di sé, consapevole e anche piuttosto compiaciuta della propria sensualità. Il canto d’amore, dunque, lascia intendere come la donna, lasciate alle spalle le pene d’amore della giovinezza, sia ormai pronta per andare in contro a nuove avventure sentimentali con uno spirito diverso, forse più leggero e giocoso.

È stato più volte sottolineato come il mondo edulcorato della lirica d’amore egizia descriva in realtà le abitudini di una fascia ristrettissima della popolazione, essendo il principale oggetto dei componimenti la bella vita di giovani rampolli appartenenti alle più potenti famiglie del tempo. È arduo, inoltre, stabilire se queste poesie, in realtà pensate per essere cantate con l’accompagnamento di liuti e altri strumenti musicali, avessero conosciuto anche una diffusione di tipo “popolare”.

Forse non sapremo mai se anche le giovani contadine fossero solite canticchiare queste canzoni, magari pensando ai propri amori. Tuttavia, non può che colpirci il carattere volitivo, e per certi versi moderno, di queste giovani dame, le quali continuano a divertirsi sotto i nostri occhi, tessendo raffinati giochi di seduzione che sembrano voler sfidare il tempo.

N.B. La traduzione del testo e le osservazioni riportate in questo post sono prese da: M. Betrò. V. Simini, Sono venuta correndo a cercarti: canzoni e musica nell’antico Egitto, 2009 Firenze. Pubblicato da Edizioni ETS.

Il fuoco e la pietra. Sulle tecniche di estrazione e di lavorazione del granito nell’Egitto antico

Assuan_07

L’obelisco incompiuto di Assuan. Fonte: wikipedia

I  monumenti egizi in pietra hanno da sempre suscitato l’ammirazione di viaggiatori antichi e moderni, facendo sorgere numerosi e, troppo spesso, fantasiosi interrogativi sulle tecniche adoperate per costruirli.

Quello che in pochi sanno è che il fuoco ebbe un ruolo chiave per l’estrazione e per la lavorazione della materia prima. Le tracce di un simile uso, infatti, sarebbero state individuate nei pressi del famoso obelisco incompiuto di Assuan già agli inizi del novecento. Non mancano, inoltre, fonti scritte riguardo l’uso del fuoco nelle cave di granito, o nelle miniere: lo storico Diodoro Siculo, ad esempio, descrive questa tecnica attribuendola agli egizi; e diverse iscrizioni dell’età faraonica non tacciono su questo argomento.

Un simile metodo di lavorazione non fu un’esclusiva degli antichi abitanti della Valle del Nilo, ma sarebbe attestato sin dal neolitico e ampiamente documentato anche per fasi storiche più recenti come il Medio Evo. Il calore sprigionato dal fuoco, infatti, è in grado di modificare le proprietà di diversi tipi di pietra, rendendone più agevole sia l’estrazione che la lavorazione.

Un recentissimo articolo di Tom Heldal e Per Storemyr, attraverso un attento studio delle tracce archeologiche rinvenute in vari insediamenti, ha dimostrato come tale tecnica avesse raggiunto un livello altamente sofisticato nella terra dei faraoni, soprattutto per quanta riguarda la lavorazione del granito, tanto che gli autori arrivano a parlare di una vera e propria “tecnologia perduta”. L’articolo, ovviamente scritto in inglese, è molto interessante ed è disponibile on-line nel profilo di Per Storemyr su academia edu. Buona lettura!

Israele: rinvenuto antico monumento a forma di falce lunare

orientalisticamente

Solita immagine casuale…

È decisamente affascinante l’ultima scoperta in terra d’ Israele: un enorme monumento in pietra a forma di crescente lunare.

La struttura, situata a circa 13 Km a Nord Ovest del lago di Tiberiade, è databile tra il 3.050 e il 2.650 a. C.. Le dimensioni originarie dovevano essere considerevoli, dal momento che i soli resti raggiungono un volume di quasi 14.000 metri cubi.

In un primo momento, gli archeologi avevano pensato a una costruzione difensiva, ma i recenti scavi condotti dal dottor Ido Wachtel non hanno identificato alcun centro abitato nelle vicinanze. L’ipotesi più verosimile, dunque, è quella di una costruzione con funzioni simboliche, se non addirittura religiose. A tal proposito, è degno di nota che a un giorno di cammino si trovi la città di Bet Yerah, il cui nome vuol dire letteralmente “casa della luna”.

Secondo Wachtel non sarebbe da escludere l’esistenza di un’ antichissima devozione rivolta a una divinità lunare ben radicata in questa regione. Un simile culto, infatti, trova numerosi paralleli in tutto il Vicino Oriente antico.

Per vedere le foto del monumento clicca qui.

Fonte

Un antico amuleto egiziano cita l’ultima cena

Leonardo_da_Vinci

Il celeberrimo dipinto di Leonardo, refettorio del convento di Santa Maria delle Grazie, Milano

C’è un po’ di Italia nell’ultima scoperta che ha destato l’interesse di specialisti e appassionati in tutto il mondo.

La ricercatrice Roberta Mazza (University of Manchester) ha individuato un  papiro del VI secolo contenente uno dei più antichi riferimenti all’ultima cena finora noti. Il documento, rinvenuto nei locali della John Rylands Library , potrebbe provenire da un sito egiziano nei pressi di Ermopoli. Si tratta, infatti, di un papiro “riciclato”, precedentemente usato per una ricevuta di pagamento nella quale viene citata proprio questa località.

Il testo individuato dalla Mazza è scritto in greco antico. Non si tratta, però, di un semplice estratto dei Vangeli, ma di un vero e proprio patchwork di brani tratti dall’Antico e dal Nuovo Testamento (tra cui Salmi 70:23-24 e Matteo 26:28-30), rielaborati e assemblati assieme per creare un unico incantesimo. La gente del tempo doveva attribuire un significato magico a questi versi e lo stesso fatto che il papiro sia stato piegato più volte su se stesso dimostra che venne probabilmente usato come un amuleto, da custodire in casa, o da appendere al collo con una cordicella.

Tale pratica, in parte attestata ancor oggi (si pensi ai santini della tradizione cattolica spesso portati attorno al collo o cuciti nei vestiti), affonda le sue radici nelle usanze religiose dell’antica civiltà egizia, testimoniando il permanere di pratiche pagane (opportunamente rielaborate) in ambito cristiano. Come ha evidenziato la stessa Mazza, inoltre, il reperto lascia intuire quanto e, soprattutto, come la conoscenza della Bibbia  si fosse diffusa nel cristianesimo dei primordi. Il testo, infatti, piuttosto che essere stato copiato sembrerebbe composto attraverso uno sforzo mnemonico: l’ordine delle parole è spesso sbagliato e sono presenti diversi errori e persino qualche fraintendimento.

È probabile, dunque, che l’autore, o l’autrice, del testo abbia riportato dei brani frequentemente ascoltati durante le liturgie, un dato che aiuta a comprendere l’importanza della diffusione orale del Vecchio e del Nuovo Testamento tra i primi cristiani d’Egitto.

Fonte

Ecologia e archeologia: l’estinzione dei grandi mammiferi in Egitto dal Neolitico ai giorni nostri

Africa-Farafra-art

Incisione rupestre dall’Oasi di Farafra. Un resoconto di antichi viaggiatori, o un animale estintosi già nell’antichità? Fonte: Archaeological Mission in the Farafra Oasis.

Com’è cambiata la fauna egiziana nel corso dei millenni? Quante specie si sono estinte dall’epoca dei faraoni ai giorni nostri? Un recentissimo studio dell’ecologista Justin Yeakel ha evidenziato come i cambiamenti siano stati numerosi e importanti, verificandosi già in età antichissime.

Delle trentasette specie di grandi mammiferi originari della Valle del Nilo, solo otto sarebbero sopravvissute fino ai giorni nostri e molte di queste ultime risulterebbero, a loro volta, a rischio di estinzione. La causa di tutto ciò non andrebbe imputata solo ai grandi mutamenti climatici verificatisi nel corso della storia; come evidenzia l’articolo recentemente pubblicato dalla studiosa su PSAS, l’uomo potrebbe aver avuto un impatto negativo sull’ambiente circostante fin dagli albori della civiltà. Quello egiziano – afferma Yeakel – è un ecosistema particolarmente sensibile sia ai periodi di siccità che ai cambiamenti introdotti dalle comunità umane. Il Nilo, infatti, rappresenta l’unica fonte d’acqua di una certa importanza all’interno di una vasta area geografica e, con ogni probabilità, la sola introduzione dell’agricoltura e dell’irrigazione dovette comportare non pochi mutamenti a scapito della fauna locale.

L’interesse di un simile studio è dato anche dall’arco temporale piuttosto ampio preso in esame. L’indagine, infatti, ricopre circa seimila anni: dagli albori della civiltà egizia, fino ai giorni nostri. A tal fine, la Yeakel non si è avvalsa solo di un accurato studio dei resti animali provenienti dall’Egitto, ma ha consultato anche diverse fonti iconografiche e artistiche lasciate dalle varie civiltà che si sono succedute nella Valle del Nilo, come diverse incisioni rupestri risalenti al Neolitico, o alcune raffigurazioni parietali rinvenute nelle tombe egizie. Tuttavia, proprio quest’ultimo aspetto ha fatto sollevare alcune critiche.

L’egittologa australiana Linda Evans, ad esempio, ha evidenziato che le conclusioni di Justin Yeakel potrebbero essere in parte falsate dall’uso – molto in voga nelle fasi più recenti della storia egizia – di ricopiare repertori iconografici appartenenti a tombe più antiche (in alcuni casi,  più di mille anni possono separare la copia ed il modello…); ne consegue, dunque, che la raffigurazione di un certo animale all’interno di una tomba dell’Età Tarda non costituisca, in realtà, un’effettiva prova della sua mancata estinzione. È stato notato, inoltre, come gli Egizi non disdegnassero inserire nei loro repertori iconografici anche animali esotici originari di altre terre, una tendenza che potrebbe essere valida anche per alcune incisioni rupestri risalenti al Neolitico. Un recente studio dell’Università di Cambridge, infatti, ha ipotizzato che un’antichissima raffigurazione di una giraffa rinvenuta nell’Oasi di Farafra, piuttosto che testimoniare la presenza nella regione di tale animale durante il Neolitico, potrebbe essere interpretata come il resoconto di una spedizione effettuata da antichissimi viaggiatori.

A prescindere da queste critiche,lo studio di Justin Yeakel rimane sicuramente valido e degno di ulteriori approfondimenti.

Fonte

Il lato oscuro della rivoluzione agricola

Scorpione

Questa foto non ha niente a che vedere con i parassiti vermiformi descritti nell’articolo, però mi piace .

La scoperta dell’agricoltura fu una delle più grandi conquiste dell’umanità. Ebbe luogo in momenti diversi e in varie parti del mondo, ma fu, soprattutto, un fenomeno indissolubilmente legato alla nascita delle prime città.

Le più antiche evidenze di questa transazione epocale sono state da tempo individuate nella cosiddetta Mezzaluna Fertile e risalirebbero al X millennio a. C. Un cambiamento così importante, tuttavia, comportò anche alcune spiacevoli conseguenze …

In pochi sanno che proprio la rivoluzione agricola fu alla base della prima importante diffusione della schistosomiasi, una malattia causata da alcune particolari specie di Platelminti Trematodi, detti schistosoma. Questi parassiti vermiformi, infatti, sono soliti usare come “ospiti intermedi” alcuni molluschi di acqua dolce, e l’introduzione dei primi sistemi di irrigazione fluviale ad opera degli antichi abitanti della Mesopotamia causarono, di fatto, una vera e propria infestazione “su larga scala” tra gli esseri umani.

Già agli inizi del secolo scorso Marc Armand Ruffer, l’inventore della paleoparassitologia, aveva individuato alcune uova di schistosoma in due mummie della XX dinastia. Tuttavia, un team internazionale di archeologi dell’Università di Cambridge, dell’Oriental Institut of Chicago e del Cyprus Institut avrebbe recentemente scoperto la più antica attestazione di un’infestazione da schistosoma in alcuni resti umani, risalenti a più di 7.000 anni fa, rinvenuti presso il sito di Tell Zeidan (Siria).

Una simile scoperta confermerebbe in modo inequivocabile la forte connessione tra la diffusione di questo parassita negli esseri umani e l’introduzione dell’agricoltura. Attualmente, nel mondo si contano circa 10.000 casi di morte all’anno dovute alla schistosomiasi.